La salvezza in Cristo
Al centro di tutta la storia c'è una Persona e una croce. Qui si decide tutto.
Abbiamo visto chi è Dio: uno in tre Persone. Ora ci concentriamo sulla seconda Persona, il Figlio, fatto uomo per salvarci. Tre domande guidano il cammino: chi è Gesù, che cosa ha fatto sulla croce, e come quella salvezza diventa nostra.
Prima della cura, la diagnosi. Il mondo ripete che l'uomo è, in fondo, buono; la Bibbia dà un verdetto più serio e più onesto. Basta un esperimento: prova a non pensare male di nessuno, a non invidiare, a non mentire nemmeno a te stesso, per un solo giorno. Nessuno ci riesce — e non è questione di sforzo insufficiente: il problema è più profondo di quanto ogni sforzo possa raggiungere. Il cuore umano si è allontanato da Dio e vuole regnare al Suo posto. Questo è il peccato — non solo qualche azione sbagliata, ma una condizione che tocca ogni parte di noi.
Questa condizione ha un nome nella teologia riformata: depravazione totale. Non significa che ognuno sia il peggio possibile, ma che nessuna parte di noi è rimasta intatta: mente, volontà ed emozioni sono tutte segnate. E la conseguenza è reale: «il salario del peccato è la morte» (Romani 6:23) — separazione da Dio. Solo chi si sa perduto cerca davvero un Salvatore: per questo il Vangelo comincia da qui.Romani 6:23; cfr. Efesini 2:1-3 («eravate morti nei vostri falli e peccati»).
No. Non significa che ogni persona sia malvagia quanto potrebbe essere, né che non possa fare nulla di buono sul piano umano. Significa che il peccato ha toccato ogni parte di noi — mente, volontà, emozioni — così che da soli non possiamo salvarci né cercare veramente Dio.
È «totale» in estensione (tocca tutto), non in intensità (non ci rende demoni). Proprio per questo abbiamo bisogno della grazia, non solo di un piccolo aiuto.
Nella Parte II abbiamo visto che il Figlio è pienamente Dio. Il Vangelo aggiunge una verità sconvolgente: questo Dio si è fatto uomo. Non è apparso solo umano: è nato, è cresciuto, ha avuto fame, ha pianto, ha sofferto ed è morto — vero uomo — pur restando senza peccato.
Come tenere insieme «vero Dio» e «vero uomo» senza confonderli né separarli? La chiesa lo definì al Concilio di Calcedonia: Cristo è una sola Persona in due nature — divina e umana — «senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione».Concilio di Calcedonia, 8 ottobre – 1 novembre 451 (Bitinia). «Definizione di Calcedonia»: due nature in una sola Persona (hypóstasis), «senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione». Fonte: Encyclopædia Britannica / Chalcedonian Definition. Nel 451 si riunì a Calcedonia la più grande assemblea di vescovi della chiesa antica per rispondere a una domanda che decideva tutto: se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe fare le nostre veci; se non fosse pienamente Dio, non potrebbe salvarci. Non è un cavillo: solo un vero uomo può rappresentare gli uomini; solo Dio può salvarli. Gesù doveva essere entrambi — è la struttura stessa della nostra salvezza.
Perché Gesù è morto? Non come una tragedia o un incidente, ma come un sacrificio sostitutivo: ha preso il nostro posto. Il peccato merita il giudizio di un Dio giusto; sulla croce, Cristo ha portato quel giudizio al posto nostro, placando l'ira divina e aprendo la via alla riconciliazione.
Una volta l'anno, nel Giorno dell'Espiazione (Levitico 16), il sommo sacerdote entrava nel luogo più santo del tempio e aspergeva il sangue sul coperchio dell'arca, sopra la Legge che il popolo aveva infranto: lì il sangue «copriva» le trasgressioni. Paolo dice che Cristo è ora quel coperchio — non un rito da ripetere ogni anno, ma il sacrificio compiuto una volta per sempre. Ciò che il tempio anticipava in ombra, la croce l'ha realizzato.
La Scrittura lo profetizzava già in Isaia 53 («il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui») e lo spiega nel Nuovo Testamento come uno scambio: «Colui che non ha conosciuto peccato, Egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui».2 Corinzi 5:21; cfr. Isaia 53:5 e 1 Pietro 2:24 («Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno»). Il nostro peccato addebitato a Lui; la Sua giustizia accreditata a noi. E la risurrezione è la ricevuta di Dio: l'opera è compiuta e accettata (Romani 4:25).
Come arriva a me ciò che Cristo ha compiuto? Non per meriti, riti o sforzi, ma per fede soltanto. La parola-chiave è «giustificazione»: un verdetto, non una trasformazione graduale.
«L'uomo è giustificato per fede senza le opere della legge» (Romani 3:28); «giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio» (Romani 5:1). Lutero riassunse la condizione del credente in una frase folgorante:
Lutero, monaco agostiniano, aveva vissuto anni di angoscia spirituale, confessandosi per ore senza mai sentirsi abbastanza giusto davanti a Dio. La scoperta che la giustizia di Dio non è ciò che Egli esige da noi, ma ciò che dona in Cristo, lo liberò: la chiamò «la porta spalancata del paradiso». La pace del credente, disse, non poggia sui suoi progressi, ma su una giustizia ricevuta da fuori di sé.
Siamo salvati per fede soltanto, non per le opere — ma la vera fede non resta mai sola: produce frutti. «La fede senza le opere è morta» (Giacomo 2:26). Le buone opere sono il frutto della salvezza, non la sua radice. Questo ci difende da due errori opposti: il legalismo (salvarsi con le opere) e l'antinomismo (una fede senza vita).Giacomo 2:14-26 ed Efesini 2:8-10: salvati per grazia mediante la fede (v. 8-9), «creati in Cristo Gesù per fare le opere buone» (v. 10).
No. Siamo salvati per fede soltanto, ma la vera fede non resta mai sola: produce frutti e cambia la vita (Giacomo 2:26; Efesini 2:10). Una «fede» che lascia tutto come prima non è la fede salvifica di cui parla la Bibbia.
Le opere buone sono il frutto della salvezza, non il suo prezzo: non le facciamo per essere accettati, ma perché siamo già accettati e amati.
La Riforma riassunse questa salvezza — tutta di grazia, ricevuta per fede — in due sintesi celebri. Le cinque «Sola» tolgono ogni merito a noi e lo restituiscono a Dio:
La Bibbia è l'unica autorità infallibile per la fede e per la vita.
La salvezza è un dono immeritato, mai una ricompensa.
Siamo dichiarati giusti mediante la fede in Cristo, non per le opere.
Gesù è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini.
Il fine di tutto — creazione, salvezza, vita — è la gloria di Dio soltanto.
E i «cinque punti» riaffermati al Sinodo di Dordrecht (1618-1619), riassunti nell'acronimo inglese TULIP, affermano che la salvezza è opera di Dio dall'inizio alla fine:
Depravazione totale
Il peccato ha toccato ogni parte di noi; da soli siamo incapaci di scegliere Dio.
Elezione incondizionata
Dio sceglie di salvare per la Sua pura grazia, non per meriti previsti.
Espiazione definitiva
La morte di Cristo salva realmente ed efficacemente il Suo popolo.
Grazia efficace
Quando lo Spirito chiama un cuore, vince ogni resistenza e gli dona vita nuova.
Perseveranza dei santi
Chi Dio ha salvato, Egli lo custodisce fino alla fine.
Nota storica: il raggruppamento delle «cinque Sola» e l'acronimo «TULIP» sono sintesi moderne (XX secolo) di verità antiche quanto la Scrittura; il contenuto di TULIP proviene dai Canoni di Dordrecht (1618-1619).Le «cinque Sola» come gruppo e l'acronimo TULIP sono formulazioni del XX secolo. I «cinque punti» sono i Canoni del Sinodo di Dordrecht (1618-1619).
Ecco perché la giustificazione per sola fede è la linea che divide il Vangelo da ogni religione che fa dipendere la salvezza dai meriti umani. Esamineremo questo confronto — con Roma e con ogni «salvezza per opere» — nella Parte V.