La Parola di Dio e la sua affidabilità
Prima di parlare di Dio, dell'uomo o della salvezza, dobbiamo chiederci: come lo sappiamo? Tutto poggia qui.
Tutti credono a qualcosa. La domanda vera non è se credi, ma su che cosa poggia ciò che credi. Ogni edificio vale quanto le sue fondamenta: la fede cristiana non si regge su intuizioni o esperienze private, ma su una rivelazione: Dio ha parlato, e la Sua parola è stata messa per iscritto e conservata fedelmente fino a noi. Se questo è vero, abbiamo un terreno solido; se qui il terreno cede, cede tutto. Per questo cominciamo dalla Scrittura.
Dio si è fatto conoscere in due modi. Nella creazione, che mostra a tutti la Sua eterna potenza e divinità (Romani 1:20); e nella Scrittura, dove rivela ciò che la natura non può dirci: il Suo nome, la Sua volontà, il Vangelo. La Bibbia afferma di sé stessa di essere «ispirata da Dio».
Questo non significa che gli autori umani fossero automi. Pietro spiega che «uomini… parlarono da parte di Dio, spinti dallo Spirito Santo»2 Pietro 1:21. Participio greco φερόμενοι (pherómenoi), «portati, spinti».: Dio ha usato le loro menti, il loro stile e la loro storia, ma il risultato è la Sua parola, non solo la loro.
Una domanda onesta: come facciamo a sapere che la Bibbia che leggiamo oggi corrisponde a ciò che fu scritto migliaia di anni fa? La risposta non è «per fede cieca», ma per evidenza — e l'evidenza è straordinaria.
Anzitutto, la Bibbia non è nata in italiano. L'Antico Testamento fu scritto quasi tutto in ebraico (con brevi parti in aramaico); il Nuovo Testamento in greco koinè, la lingua comune del Mediterraneo del I secolo.
Per il Nuovo Testamento, l'evidenza manoscritta non ha paragoni nell'antichità:
Per dare un termine di paragone: dell'Iliade di Omero — il testo più copiato del mondo classico — restano circa 1.900 manoscritti; delle Guerre galliche di Cesare appena una decina, e la copia più antica è di quasi mille anni posteriore all'originale. Il Nuovo Testamento ne conta migliaia, e alcuni a poche decine d'anni dagli scritti.Confronto classico documentato in F. F. Bruce, The New Testament Documents: Are They Reliable?: Iliade ~1.800-1.900 mss; Cesare, De bello Gallico, una decina di mss, il più antico di circa 900 anni posteriore. Gli ordini di grandezza sono standard nella critica testuale.
Il frammento più antico, il papiro P52 (contiene Giovanni 18), è comunemente datato alla prima metà–metà del II secolo d.C. — a poche decine d'anni dall'originale. La datazione precisa è ancora oggetto di dibattito accademico, e questo lo diciamo apertamente.Papiro P52 (P.Ryl. Gr. 457): Giovanni 18:31-33.37-38. Datazione dibattuta; P. Orsini – W. Clarysse, ETL 88 (2012), propongono c. 125-175 d.C. Una parte degli studiosi (B. Nongbri, HTR 98, 2005) ammette date anche più tarde, entro il II secolo.
Tante copie producono anche molte varianti fra i testimoni: la quasi totalità è minima (grafia, ordine delle parole), e nessuna dottrina cristiana fondamentale dipende esclusivamente da un passo testualmente incerto. Più copie non significano più incertezza, ma maggiore capacità di risalire all'originale.Il numero elevato di varianti dipende dall'enorme quantità di manoscritti: per lo più errori di copiatura evidenti o differenze ortografiche. La stabilità dottrinale del testo è sostenuta da K. e B. Aland (Il testo del Nuovo Testamento) e D. B. Wallace. Va però citato onestamente, come voce di contrappunto, B. Ehrman (The Orthodox Corruption of Scripture, 1993), secondo cui alcune varianti sono teologicamente significative (es. il Comma Johanneum in 1 Gv 5:7; il finale lungo di Marco 16:9-20; Giovanni 7:53–8:11; la lettura di 1 Timoteo 3:16). Cfr. anche B. Metzger – B. Ehrman, The Text of the New Testament, 4ª ed. (2005).
Per l'Antico Testamento, la prova più celebre viene dai Rotoli del Mar Morto. Il Grande Rotolo di Isaia, databile intorno al 125 a.C., è circa mille anni più antico del più antico manoscritto ebraico completo che possedevamo prima — il Codice di Leningrado (1008 d.C.) — eppure il testo concorda in modo sostanziale con esso: le differenze sono per lo più di ortografia, di morfologia e di dettaglio. È il segno di una trasmissione sorvegliata con estrema cura, di generazione in generazione.Grande Rotolo di Isaia (1QIsaᵃ), Qumran, Grotta 1; II sec. a.C. Israel Museum, Gerusalemme. dss.collections.imj.org.il/isaiah
Perché possiamo confrontare migliaia di copie antiche tra loro. Per il Nuovo Testamento esistono circa 5.800 manoscritti greci: se uno scriba avesse cambiato qualcosa, il confronto con tutti gli altri lo rivela subito. Non si tratta di fidarsi «alla cieca», ma di un controllo incrociato enorme.
Per l'Antico Testamento, il Grande Rotolo di Isaia (II sec. a.C.) è circa mille anni più antico dei codici medievali, eppure il testo coincide in modo sostanziale: segno di una trasmissione fedelissima. Non è un atto di fede cieca, ma un controllo di massa: la quantità e l'antichità delle copie ci permettono di ricostruire l'originale con altissima precisione.
Non teniamo la Bibbia «per fede cieca»: è il testo antico meglio attestato che esista, custodito con una fedeltà senza pari. Le fondamenta reggono.Il confronto: del Nuovo Testamento restano ~5.800 manoscritti greci (INTF, Münster), contro le poche centinaia (~1.800-1.900) dell'opera classica meglio conservata, l'Iliade di Omero. Per l'Antico Testamento, l'accordo sostanziale del Rotolo di Isaia (II sec. a.C.) col testo masoretico medievale conferma la fedeltà della trasmissione.
«Canone» (dal greco kanṓn, «regola, metro») è l'elenco dei libri riconosciuti come ispirati: 39 nell'Antico Testamento e 27 nel Nuovo, per un totale di 66.Sono i 39 libri dell'Antico Testamento protestante (gli stessi 24 della Bibbia ebraica, contati separatamente) più i 27 del Nuovo, per un totale di 66. La Chiesa cattolica ne conta 73 in tutto: 46 nell'Antico Testamento — cioè 7 deuterocanonici in più (Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide, Baruc, 1-2 Maccabei), oltre ad alcune sezioni di Ester e Daniele — e gli stessi 27 del Nuovo. Definiti dogmaticamente al Concilio di Trento (Sessione IV, 8 aprile 1546). La Riforma li considera utili alla lettura ma non normativi per la dottrina, seguendo il canone ebraico. Un punto decisivo, spesso frainteso: la chiesa non ha «creato» il canone; lo ha riconosciuto.Il riconoscimento fu graduale: già la lista eretica di Marcione (c. 140) e il Frammento Muratoriano (c. 170-200, il più antico elenco parziale noto) spinsero la chiesa a precisare il canone; Atanasio (39ª Lettera festale, 367) è il primo a elencare i 27 libri del NT come oggi; i concili di Ippona (393) e Cartagine (397) lo ratificano in Occidente. Alcuni libri (Ebrei, Giacomo, 2 Pietro, 2-3 Giovanni, Giuda, Apocalisse) furono a lungo discussi (Antilegomena) prima dell'accoglienza universale. Fonti: B. Metzger, The Canon of the New Testament (1987); F.F. Bruce, The Canon of Scripture (1988). Come un gioielliere non fabbrica l'oro ma sa riconoscerlo, così la chiesa ha riconosciuto i libri che portavano l'impronta di Dio.
I criteri furono sostanzialmente tre: origine apostolica (scritti dagli apostoli o dai loro stretti collaboratori), conformità alla fede già ricevuta, e accoglienza universale nelle chiese.
Questo principio è la prima difesa contro l'errore. Ogni setta, prima o poi, fa una di due cose: aggiunge qualcosa alla Scrittura (una nuova rivelazione, un nuovo profeta, un nuovo libro), oppure le sottrae autorità (mettendo sopra di essa la tradizione, un capo umano o un'esperienza). Contro entrambe, la Bibbia stessa avverte: non aggiungere e non togliereDeuteronomio 4:2; Proverbi 30:5-6; Apocalisse 22:18-19. Nota: nel suo contesto, Apocalisse 22:18-19 riguarda in primo luogo quel libro; vale qui come esempio del principio biblico di non aggiungere né togliere, non come «sigillo» formale dell'intero canone.. Da questa roccia partiremo, più avanti, per esaminare ogni insegnamento.